Moralismo fisso

L’economia europea in gennaio è rimasta in recessione, perché il recupero tedesco è controbilanciato dalla diminuzione della produzione in Francia, Italia, Spagna, Irlanda e Grecia. E’ quanto dimostra anche l’indice complessivo Markit dell’industria manifatturiera che si è attestato a 48,9, ovvero la media tra il 51 per la Germania (che segnala espansione) e i livelli inferiori al 50 (che segnalano recessione) per gli stati impegnati nella riduzione del deficit del bilancio mediante manovre intrinsecamente depressive.
22 AGO 20
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L’economia europea in gennaio è rimasta in recessione, perché il recupero tedesco è controbilanciato dalla diminuzione della produzione in Francia, Italia, Spagna, Irlanda e Grecia. E’ quanto dimostra anche l’indice complessivo Markit dell’industria manifatturiera che si è attestato a 48,9, ovvero la media tra il 51 per la Germania (che segnala espansione) e i livelli inferiori al 50 (che segnalano recessione) per gli stati impegnati nella riduzione del deficit del bilancio mediante manovre intrinsecamente depressive. E’ vero infatti che l’aumento delle imposte, oltreché ridurre la domanda dei soggetti colpiti, ne scoraggia le condotte, mentre i tagli alla spesa possono non creare analoghi disincentivi (ma solo se non riguardano gli investimenti). Ma fatta questa distinzione sugli incentivi, ogni riduzione di deficit di ampia portata deprime la domanda. Occorrerebbero dunque misure di contrasto a questo processo. Quelle degli stati impegnati a ridurre il deficit, come l’Italia, andrebbero attuate a saldi invariati, mediante credito agevolato e contributi di esercizio agli investimenti delle imprese.

A livello europeo questo vincolo non c’è. L’Unione ha una sua – seppur ancora piccola – capacità di spesa e indebitamento che andrebbe utilizzata per controbilanciare la deflazione che essa stessa crea con il nuovo Patto fiscale. E’ paradossale che la Commissione europea stia destinando (pochi) fondi comunitari all’addestramento dei disoccupati, anziché impegnarsi in investimenti che possono creare una domanda molto maggiore. Un paradosso analogo lo rilevava Keynes nella sua “Teoria generale” durante il perdurare della Grande depressione. Ora, però, non si tratta di seguire Keynes nella dilatazione complessiva dei deficit di bilancio, ma di correggere almeno parzialmente, con una contromanovra europea, le deflazioni nazionali. Si discute se accrescere la dotazione del Fondo europeo di stabilità per destinarlo ad acquisto dei debiti degli stati in difficoltà, ma nessuno purtroppo ipotizza di usare una parte di questi mezzi per una politica comunitaria di sviluppo. E anche gli Eurobond, originariamente pensati per le opere di interesse comune, sono suggeriti per alleviare il peso del debito pubblico, come se esso non diventasse invece molto più sopportabile se si aumentassero il pil e l’occupazione attraverso spese utili.